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Viaggio tra i “mali” culturali di Pomezia: in quale stato versa il nostro patrimonio?

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Il 22 dicembre scorso la giunta comunale di Pomezia ha approvato un bando di concorso per la progettazione di una struttura coperta a protezione dei reperti archeologici posizionati nell’area esterna del museo civico archeologico “Lavinium” di Pratica di Mare ad opera degli studenti delle facoltà romane di architettura ed ingegneria (http://www.ilcaffe.tv/articolo/40338/concorso-a-premi-tra-universitari-per-proteggere-i-beni-archeologici-di-pomezia): un’iniziativa sicuramente lodevole sia per quanto attiene la protezione dei beni archeologici sia per incrementale la sensibilizzazione fra gli studenti universitari, ma anche un’occasione, per noi di Associazione Latium Vetus di fare “il punto della situazione” relativamente alle condizioni di conservazione del patrimonio culturale del territorio di Pomezia.

Il patrimonio culturale ed archeologico di Pomezia, infatti, non si esaurisce (per nostra fortuna!) con il Museo civico archeologico ed il sito “dei XIII Altari” ma può vantare altri siti di grande importanza. In quale stato versa questo patrimonio? In che modo e con quali azioni l’ente locale di Pomezia ha saputo prendersi cura in questi anni di questa grande risorsa ed identificare le soluzioni per venire incontro ai reali fabbisogni?

Balza subito agli occhi, infatti, che numerosi siti e monumenti del patrimonio storico archeologico di Pomezia, siano oggi “conservati” (??) in condizioni tutt’altro che rosee. Esaminiamoli nel dettaglio e nel farlo partiamo da Torvajanica, dal sito archeologico della “villa romana di via Siviglia” che giace da anni in uno stato impietoso di semi abbandono. La recinzione oramai divelta e le murature antiche sommerse da sterpaglie e rifiuti di varia natura fanno sì che le stesse strutture antiche siano esposte a gravi rischi di conservazione mentre l’impossibilità di fruizione al pubblico ha vanificato le ingenti somme che erano state stanziate dal Comune durante le passate consiliature. A dire la verità l’attuale maggioranza in consiglio comunale si era occupata del caso, votando nel 2015 e nel 2016 ben due delibere volte all’esproprio del sito, ma a quanto è dato sapere questo non è mai stato finalizzato. In breve, il comune ha investito nel passato ingenti somme di denaro pubblico, per un bene che negli ultimi anni ha poi di fatto abbandonato, non rendendolo fruibile ai cittadini, ed che oggi vede aumentare esponenzialmente i rischi legati alla propria conservazione.

Discorsi ancora peggiori per quanto attiene la conservazione del sito del Sol Indiges nei pressi di Campo Ascolano e della duecentesca Torre Maggiore di Santa Palomba: se per il primo infatti il comune non ha mai attuato la minima iniziativa atta a limitare lo stato odierno di totale abbandono, in seguito alla cessazione degli scavi archeologici portati avanti nei primi anni Duemila dall’Università di Roma “La Sapienza” con finanziamenti del MiBACT, per la seconda, dopo aver siglato un protocollo di intesa in data 29 novembre 2014 proprio con l’Associazione Latium Vetus, il Comune non ha portato avanti la minima iniziativa, non ha stanziato alcun importo economico né ha avuto la capacità di attrarre finanziamenti per il suo recupero o anche solo per l’esproprio del monumento (peraltro prescritto dal piano urbanistico attuativo approvato dal Comune nel lontano 2004).

Le cose sembrerebbero andare meglio per il polo archeologico di Lavinium, ma anche qua si individuano luci ed ombre. All’incirca un anno fa, infatti, il sito archeologico dei “XIII Altari di Lavinium” è stato reso definitivamente fruibile al pubblico, grazie ai lavori finanziati dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, il quale ne ha poi affidato la gestione al Comune di Pomezia ed in particolar modo al Museo civico archeologico “Lavinium”, il cui numero di visitatori era stabilmente in calo da anni. Si trattava insomma di un momento strategico per iniziare il tanto sperato rilancio turistico del nostro territorio (nonostante i beni culturali abbandonati citati sopra?), ma anche questa occasione è stata vanificata a causa della chiusura al pubblico, nello stesso torno di tempo, del borgo medievale di Pratica di Mare (nell’inerzia se non aperto accordo del Comune di Pomezia): un sito monumentale fondamentale per il nostro territorio,  identificato come l’antica acropoli di “Lavinium”, fruibile al pubblico da secoli, che costituiva uno dei principali asset turistici del nostro territorio.

Coloro i quali leggeranno questo articolo devono infatti sapere che non è pensabile parlare di promozione turistica o di valorizzazione del patrimonio culturale se prima non sono stati risolti i problemi (o perlomeno identificate le soluzioni) inerenti la tutela e la conservazione delle opere storico archeologiche: se queste rischiano ancora di essere danneggiate da incuria e degrado, e al contempo non sono per nulla fruibili al pubblico, che credibilità può avere ogni discorso ulteriore?

Proprio in questo senso andava il provvedimento di tutela del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo che nel novembre scorso ha definitivamente approvato il vincolo paesaggistico dell’”ambito delle tenute storiche di Torre Maggiore, Valle Caia ed altre della Campagna Romana. Un provvedimento strategico, a tutela di oltre 2000 ettari di territorio condivisi fra i comuni di Pomezia ed Ardea, che negli anni erano stati aggrediti da una limitrofa attività edilizia scriteriata ed insostenibile. Un provvedimento tuttavia, verso il quale proprio il Comune di Pomezia ha manifestato un malcelato fastidio, arrivando a richiedere al MiBACT perfino l’esclusione dai confini del provvedimento di tutela del sito della Torre Maggiore e la tutela… del comparto industriale da realizzare in futuro su quell’area!

Sono considerazioni che fanno emergere pesanti interrogativi sulla reale capacità del Comune di Pomezia di produrre soluzioni relativamente alla conservazione del proprio patrimonio storico archeologico, laddove emergono situazioni emergenziali e reali fabbisogni, e tali dubbi vanificano anche quei risultati positivi (a dir la verità pochi) che sono stati messi in cantiere. Considerazioni che noi ci sentiamo di integrare con un serio e preoccupante grido d’allarme: se tale stato di (non) “conservazione” del patrimonio culturale permarrà negli anni a venire, Pomezia rischia seriamente di perdere gran parte del proprio patrimonio culturale, sotto i colpi ed i guasti causati da abbandono, degrado, scarsità di manutenzione ed impossibilità di fruizione.

Lo staff di Associazione Latium Vetus 

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