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Vincolo, la battaglia per l’ambiente contro la demagogia

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In questi giorni a Pomezia tiene banco la richiesta di trasparenza lanciata dal gruppo “No Biogas” attraverso la pubblicazione sulle pagine del “Corriere della Città” di tre domande rivolte ai candidati sindaco della città; domande che vertono sulla costituzione in giudizio del comune nei procedimenti intentati dai privati contro il vincolo paesaggistico a tutela delle “tenute storiche di Torre maggiore, Valle Caia ed altre della Campagna Romana nei comuni di Pomezia ed Ardea”. Di seguito le domande del gruppo “No Biogas”:

1)      Che senso ha conferire mandato ad un avvocato in data 22/11/17 e trovare la prima traccia sull’albo pretorio a maggio inoltrato, senza passaggio in consiglio comunale o giunta?

2)      Per quali motivi il comune di Pomezia spende tutti questi soldi dei cittadini per costituirsi accanto a dei privati?

3)      Potevano essere questi soldi utilizzati meglio, c’erano altre priorità?

Hanno risposto quasi tutti i candidati in maniera molto diversa, e pensiamo sia doveroso fare chiarezza nel merito di alcune di queste risposte.

Ci rivolgiamo direttamente ai cittadini: se voi foste i proprietari di una preziosa collezione di gioielli di cui fosse certificato il valore, svendereste anche solo uno di questi pezzi come se si trattasse di bigiotteria? Noi crediamo di no e ci chiediamo perché dovrebbe farlo l’ente locale di Pomezia nei riguardi del proprio territorio.

Le risposte fornite al gruppo “No Biogas Pomezia” dai candidati sindaco Fucci  e Zuccalà, tendono a difendere la linea tenuta sin ora dall’amministrazione comunale nei riguardi del vincolo paesaggistico: linea che chiede, in buona sostanza, ed in perfetta continuità con il passato, di poter rosicchiare l’ennesima porzione di territorio di grande valore, di sacrificare i valori ambientali e paesaggistici ivi presenti, che (si noti bene) appartengono ai cittadini e ne garantiscono la qualità della vita e la salute, in nome di una esigenza superiore, come la possibilità di nuovi posti di lavoro (finora solo ipotetici).

Vengono alla mente i fatti del 1985, quando i sindaci siciliani scesero in strada con tanto di fascia tricolore invocando un “abusivismo di necessità”. Allora era l’esigenza superiore della “casa” a far chiedere agli amministratori siciliani di sacrificare il territorio.

Come allora, anche oggi si chiede di non vedere, di non tutelare quello che nel nostro territorio ha valore, di non fermare la cementificazione presentata come necessaria, di interesse superiore ed indispensabile per i vantaggi della collettività. E’ proprio questo l’approccio mentale che ha portato alla devastazione del territorio nel nostro Paese.

Ma è veramente il lavoro ad essere tutelato dalla posizione dell’amministrazione oppure si tratta di demagogia allo stato puro?

Coloro i quali sottovalutano il vincolo non ricordano mai, infatti, che questo braccio di ferro con il MiBACT si sta consumando intorno alla realizzazione di una decina di capannoni industriali privati di enormi dimensioni, estremamente impattanti e, cosa ancor più grave, gli stessi sembrano non tenere minimamente in considerazione il fatto che edificare dove il MiBACT ha sancito nero su bianco il notevole interesse pubblico (addirittura tramite un decreto ministeriale) ha un peso molto diverso rispetto alla realizzazione della stessa cubatura in un area di minor pregio.

Contrastare l’attuale configurazione del vincolo, vuol dire appoggiare i privilegi (non i diritti) dei privati a dequalificare in maniera permanente ed irreversibile i valori paesaggistici lì riconosciuti, rifiutare una valorizzazione territoriale che è ancora possibile, arrendersi alla sfida di conciliare uno sviluppo sostenibile con la tutela del territorio ed in definitiva vuol dire rinunciare alla capacità di governare il territorio.

Il fatto che questa posizione sia propria di persone che si candidino alla guida delle istituzioni locali delude ed umilia, mentre invece tristezza ci viene dalla considerazione che questi candidati oggi come in passato si professino (a parole?) ambientalisti. Scelta ben diversa sarebbe stato accettare questa sfida puntando alla delocalizzazione della previsione edificatoria di tipo industriale in un’area non di pregio o, ancora meglio, puntare alla riqualificazione dell’esistente inutilizzato, di quei numerosi capannoni che giacciono da anni abbandonati.

La battaglia per la tutela dell’ambiente e del territorio viene invece aggirata ancora una volta con demagogia in nome di altro, cosi come due anni fa quando i consiglieri pometini bocciarono la nostra proposta di introduzione delle distanze minime degli impianti impattanti da case sparse e centri abitati. Come dimenticarsi poi, il voto favorevole del consiglio comunale di Pomezia nei confronti dell’elaborato R.I.R., documento che di fatto rendeva possibile l’attività edilizia limitrofa agli impianti di Santa Palomba a rischio di incidente rilevante, senza che venisse applicato il principio di precauzione, da noi invocato fino all’ultimo. Tutto questo, fino ad oggi quando associazioni e cittadini, autotassandosi, sono arrivati a difendere da soli il loro territorio davanti alla giustizia amministrativa contro i privati e l’avvocato nominato dal Comune (pagato con i soldi della collettività).

Un certo tipo di politica in Italia, anche in passato, si è sempre nutrita di demagogia ed è sempre caduta sui temi dell’ambientalismo e della cura degli interessi collettivi, oggi come allora la classe non è acqua e, ancor meno, il percolato degli impianti di compostaggio.

Associazione Latium Vetus

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